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“Vogliamo vedere Gesù” – Lettera alla Comunità del vescovo Roberto per il nuovo anno pastorale

Il nostro Vescovo Roberto propone alla sua comunità diocesana una lettera. In essa offre diversi motivi di riflessione, per questo faticoso riavvio della vita comunitaria ecclesiale, carico di incognite, di prudenza che rischiano di sforare nella paura, di programmi e progetti che devono dotarsi di coraggio e creatività. P. Roberto fa notare che dobbiamo essere animati non dal desiderio e assillo di ritornare al più presto a come eravamo prima della tempesta pandemica. Quanto abbiamo vissuto in questo tempo deve farci recuperare l’essenziale. E questo comporta una formulazione profondamente innovativa dei nostri programmi. È stato detto con grande autorevolezza anche dal Santo Padre: il danno maggiore dato da questa crisi sarebbe il fatto che essa non ci ha insegnato niente, e, appunto, nutrissimo solo il desiderio di ripristinare l’assetto tradizionale della nostra pastorale.  

Per questo il Vescovo propone subito, in apertura della sua lettera, il ritorno all’essenziale che deve animare la nostra missione. Già nel titolo il messaggio è chiaro:

Vogliamo vedere Gesù”. 

È la richiesta che alcuni greci rivolgono agli apostoli Filippo e Andrea. È la domanda pi  o meno esplicita e consapevole che anche gli uomini di oggi rivolgono alla Chiesa.

C’è un desiderio di un ritorno all’essenziale, alla sorgente. Ritrovare Colui in cui crediamo. …Dobbiamo ritornare a Cristo, dato che solo Lui pu  rimettere in moto quella dinamica di rinnovamento di cui parla Papa Francesco: “La Chiesa deve portare a Gesù: questo è il centro della Chiesa. Se qualche volta succedesse che la Chiesa non porti a Gesù sarebbe una Chiesa morta”. 

Noi preti della diocesi di Ales-Terralba, lunedì 28 settembre a Vallermosa, ci siamo ritrovati per una giornata di riflessione, per trovare insieme modalità e criteri per la ripresa dell’anno pastorale. È emersa la consapevolezza che la crisi della pandemia ha messo a nudo alcune criticità della nostra azione. E sarebbe davvero uno spreco incosciente non prenderne atto e trarne ispirazione per una rinnovata presenza della Chiesa tra la nostra gente. In questi giorni ci imbattiamo frequentemente in una richiesta insistente da parte delle mamme: quando saranno le prime comunioni, che sono saltate nella normale stagione primaverile, per via del Covid19? E quando recuperiamo le Cresime? È questa la preoccupazione prevalente nelle famiglie. Si deve constatare purtroppo che interessa quasi esclusivamente l’amministrazione del Sacramento, come cosa che s’ha da fare. Importerebbe poco, allora, la domanda fondamentale posta in evidenza dal Vescovo, come essenziale per la verità di quanto andiamo celebrando: “Vogliamo vedere Gesù”. Non è certo da oggi che assistiamo a questo stravolgimento: importante è sacramentalizzare.

Presentazione della “Lettera alla Comunità” a Vallermosa.
L’evangelizzazione non appare necessaria e risulta una pretesa maniacale dei preti. Se si seguisse questa strada la Chiesa verrebbe meno alla missione affidata dal suo Signore, tradirebbe se stessa, “sarebbe una Chiesa morta”, ripetendo le parole del Papa.  

Su questo punto si è aperta una vivace e sofferta discussione tra i preti. Cosa fare? Come trasmettere alle famiglie l’esigenza di “vedere”, conoscere Gesù, perché esse diventino il luogo in cui questo desiderio venga trasmesso ai figli? La crisi recente ci ha mostrato in modo inequivocabile che proprio dalle famiglie bisogna ripartire, per riavviare la coltivazione della vigna del Signore. Una proposta catechistica rivolta in modo unilaterale ai bambini, senza il coinvolgimento diretto e responsabile della famiglia risulta non solo poco efficace, ma addirittura diseducativa per i piccoli. Si riduce la vita cristiana all’adempimento di certe scadenze socialmente riconosciute, ma senza un riscontro nello sviluppo e nella maturazione di una fede consapevole, scelta e vissuta.  

La via da percorrere, secondo le insistenti sollecitazioni che provengono dai Pastori della Chiesa, è quella della responsabilizzazione delle famiglie, che devono diventare il soggetto interlocutore privilegiato. Ma nelle riflessioni del presbiterio si è anche osservato che è proprio la famiglia l’anello debole della trasmissione della fede. Non possiamo coltivare un’immagine ideale di famiglia (qualcuno ha usato la colorita immagine di famiglie del Mulino Bianco). Le nostre famiglie rivelano sempre di più la loro fragilità, vivendo una rete di relazioni complesse, fluide, incerte e precarie. Dal punto di vista della vita di fede si osserva che esse, in gran parte, sono distratte da altre preoccupazioni immediate, e la loro appartenenza alla comunità cristiana è flebile e quasi inconsistente. 

È ormai esigenza acquisita e chiara quella che ci porta a dedicarci all’evangelizzazione degli adulti. Solo una comunità di adulti, adulta nella fede, pu  esprimere, testimoniare e trasmettere la fede cristiana. Ma appare anche sempre più chiaro che sono proprio gli adulti che facilmente si sottraggono alla responsabilità di diventare davvero adulti, non solo anagraficamente. Un osservatore di cultura laica così rimarca questo blocco:

«Dove sono gli uomini e le donne adulte, coloro che hanno lasciato alle spalle i turbamenti, le contraddizioni, le fragilità, gli stili di vita, gli abbigliamenti, le mode, le cure del corpo, i modi di fare, persino il linguaggio della giovinezza e, d’altra parte, non sono assillati dal pensiero di una fine che si avvicina senza che le si possa sfuggire? Dov’è finito il tempo della maturità, il tempo in cui si affronta il presente per quello che è, guardandolo in faccia senza timore? Ne ha preso il posto una sfacciata, fasulla, fittiziamente illimitata giovinezza, prolungata con trattamenti, sostanze, cure, diete, infiltrazioni e chirurgie; madri che vogliono essere e apparire come le figlie e come loro si atteggiano, spesso ridicolmente. Lo stesso per i padri, che rinunciano a se stessi per mimetizzarsi nella cultura giovanile dei figli». 

Dove sono allora gli adulti che ci servono così tanto? Sono scomparsi, finiti, intrappolati in una cultura del giovanilismo che li rende sempre meno all’altezza della loro vocazione educativa e generativa. 

Per tale ragione non c’è, in verità, aspetto problematico dell’attuale nostra società che non sia in una misura o in un’altra legata al fatto che la stragrande maggioranza di coloro che hanno compiuto e oltrepassato i 35 anni d’età, e che quindi sono cronologicamente adulti, non ha più alcuna intenzione di investirsi nel nobile seppure difficile “mestiere dell’adulto”. Questo fa sì che ci sia una discrepanza tra il suo essere adulta anagraficamente parlando e il suo impegno da adulto sotto il profilo delle relazioni educative e quindi della trasmissione della fede e quindi della responsabilità nei confronti della società, presente e futura. 

Presbiterio di Ales-Terralba – Giornata di aggiornamento

In questo quadro dobbiamo riformulare i nostri programmi per la missione. Il Vescovo condivide nella sua lettera le indicazioni dell’Ufficio Catechistico Nazionale:

“Non è opportuno affannarsi a recuperare frettolosamente i sacramenti che non sono stati celebrati l’anno passato. I criteri per individuare il momento opportuno per i riti di iniziazione restano, nel limite del possibile, la formazione condivisa, il dialogo e il discernimento insieme con la famiglia, le esperienze significative e la dignità celebrativa comunitaria degli stessi, mai ridotti a gesti privati o di gruppo”. 

Compito arduo, come potete ben capire.
Come il Vescovo ha ricordato ai sacerdoti:

“Dobbiamo chiedere con insistenza la luce e la forza dello Spirito Santo, perché ci indichi le vie di Dio in questo tempo per i cristiani di oggi. Non nascondiamo che le nostre preoccupazioni sono pratiche, concrete, ma debbono essere anche e soprattutto spirituali e di fede per avviare un profondo e convinto rinnovamento di conversione personale e comunitaria.  È necessario avviare processi di riflessione e di sinodalità parrocchiale, dove il coinvolgimento di tutti possa metterci in ascolto di quanto il Signore, con questa storia ed in questa storia, ci vuole comunicare. Sarà importante coinvolgere il popolo santo di Dio, che come noi ha vissuto e ancora vive un momento di smarrimento e di disorientamento. Il ritorno alla normalità, che pensavamo dipendesse solo dalla riapertura delle chiese, ci ha fatto scoprire che il virus ha segnato anche il nostro animo in modo più serio di quanto potessimo immaginare”.

(testo di Mons. Antonio Massa – vicario episcopale per la pastorale)

Clicca sotto per scaricare la Lettera Pastorale del Vescovo.

 

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