Santa Messa in memoria del vescovo Mons. Paolo Gibertini, a 100 anni dalla sua nascita

Giovedì 12 maggio, nella Chiesa Cattedrale si è celebrata la Santa Messa in ricordo di Mons. Paolo Gibertini, a 100 anni dalla sua nascita. A presiedere la solenne celebrazione il Vescovo Mons. Roberto Carboni, alla presenza di Mons. Paolo Atzei, Mons. Mauro Maria Morfino, P. Luigi Tiana – abate di Sorres, e diversi sacerdoti della diocesi.

Ad animare l’assemblea liturgica il Coro della Cattedrale, intitolato per volere del Vescovo Roberto, a Mons. Gibertini, fù lui a desiderare la sua nascita a servizio della liturgia e della chiesa diocesana.

Riportiamo il saluto tenuto dal vicario generale Mons. Piero Angelo Zedda, già segretario di Padre Paolo Gibertini, negli anni di episcopato nella nostra diocesi di Ales-Terralba.

RICORDO DI MONS. PAOLO GIBERTINI OSB

NEL CENTENARIO DALLA NASCITA

(Ales, 12 maggio 2022)

Ho accolto con gratitudine l’invito rivoltomi giorni fa dal Vescovo Roberto a voler commemorare stasera, nel contesto di questa celebrazione eucaristica, la figura e il ministero episcopale di Mons. Paolo Gibertini, nel centenario dalla sua nascita…

Non posso però ovviamente nascondervi la forte emozione con cui mi accingo a prendere la parola…

Oltre ai tanti ricordi che riaffiorano in questi istanti alla mia mente, vivo, infatti, un profondo e commosso senso di gratitudine al Signore per il tempo che ha voluto donarmi nel trascorrere alcuni anni del mio ministero di giovane prete accanto a padre Paolo… E ancora oggi custodisco come preziosa eredità quanto ho potuto ricevere in dono dalla sua parola e dalla sua testimonianza di vita.

Nato a Ciano d’Enza il 4 maggio 1922, Mons. Giovanni Paolo Gibertini ha concluso la sua giornata terrena due anni or sono, il 3 aprile 2020, presso la “Casa San Giuseppe” a Montecchio Emilia, a 98 anni di età, dopo 81 di professione monastica (7 ottobre 1939), molti dei quali trascorsi nel Monastero di San Pietro di Sorres, 74 di ordinazione Presbiterale (12 agosto 1945) e quasi 37 di episcopato.

Eletto Vescovo di questa Chiesa di Ales-Terralba il 25 marzo 1983, ricevette l’Ordinazione episcopale presso l’Abbazia benedettina di San Giovanni Evangelista in Parma il 25 aprile successivo.

La notizia della sua nomina e poi il suo ingresso in Diocesi, in questa Chiesa Cattedrale, il 28 maggio 1983, suscitarono vivi sentimenti di emozione e di gioia, anche perché, dopo la morte del venerato Mons. Antonio Tedde, avvenuta all’alba del 6 agosto 1982, si chiudeva una prolungata ed ansiosa attesa del nuovo Vescovo; un’attesa, oltretutto, turbata da ricorrenti voci circa l’eventuale soppressione e annessione della stessa Diocesi ad altra Chiesa dell’Isola.

Facendo memoria del tempo in cui ho avuto il dono di poter essere particolarmente vicino al Vescovo Paolo nel periodo del suo ministero in Diocesi, sento di poter dire che il “Quaerere Deum” del suo motto, radicato profondamente nella tradizione monastica, racchiudeva il suo progetto di vita, il programma del suo ministero episcopale e, allo stesso tempo, anche la proposta di vita cristiana ed ecclesiale che intendeva lanciare a questa Chiesa diocesana in un primo tempo e, in seguito, a quella di Reggio Emilia – Guastalla.

Di questo lui stesso non ne faceva mistero. Infatti, in riferimento alle parole del profeta “Cercate il Signore e avrete la vita” (Am 5,4), che davano anche il titolo alla sua prima Lettera Pastorale, scriveva: «se è programma di vita pastorale per me, perché è inciso nel mio stemma episcopale, sia anche per tutti voi, miei figli e fratelli in Cristo, stimolo ad una ricerca assidua del Signore».

E lo ricorderà ancora più avanti nel tempo quando, nel suo “testamento spirituale” redatto il 12 agosto 2005, in occasione del 60° anniversario della sua ordinazione presbiterale, scriveva: «A quanti vorranno conservare un mio ricordo, chiedo anzitutto un pensiero orante di suffragio, e suggerisco di tenere sempre presente il motto benedettino “Quaerere Deum” del mio stemma episcopale che fu anche programma dei miei 15 anni di ministero episcopale».

Con la lettera pastorale succitata, promulgata a poco più di un anno dall’inizio del suo ministero, il 17 settembre 1984, nella solennità di Santa Mariaquas, il Vescovo Paolo annunciava anche la Visita Pastorale che  intendeva avviare – scriveva lui stesso – con «uno svolgimento sereno e tranquillo, con spazio sufficiente di tempo per prendere conoscenza della situazione religiosa delle parrocchie, nel loro contesto sociale, economico ed avere un contatto caldo con i componenti la comunità parrocchiale».

Ed effettivamente la Visita Pastorale si svolse con le modalità  e con lo stile che egli si era proposto, in ogni singola comunità, anche in quelle più piccole della Diocesi.

Lui stesso ricordava come questa esperienza,  grazie soprattutto ad un attento ascolto e ad un intenso dialogo con i presbiteri e ad un diretto contatto con la gente, gli avesse offerto un’occasione privilegiata per “leggere” più in profondità la realtà socio-ecclesiale della comunità diocesana.

Ma molti sono testimoni del fatto che la Visita Pastorale fu, allo stesso tempo, anche occasione per le stesse comunità di incontrare il Vescovo, di coglierne i tratti della sua personalità e lo spessore della sua spiritualità e di ascoltare la sua voce che non appariva mai disancorata dalla Parola di Dio, di cui era consapevole di doversi fare instancabile annunciatore, sull’esempio dell’apostolo da cui aveva mutuato il nome: «guai a me se non annuncio il Vangelo» (1Cor 9,16).

Nel febbraio del 1989, alcuni mesi prima dell’inatteso trasferimento a Reggio Emilia, il Vescovo Paolo indirizzava alla Diocesi la sua seconda lettera pastorale, traendo il titolo da un testo del profeta Isaia: “Cercate il Signore mentre si fa trovare” (Is 55,6), e – come annotava lui stesso nella presentazione – «è sempre il tema della “ricerca di Dio” che ritorna»…

A riprenderla in mano, anche se ormai a più di trent’anni di distanza, la lettera, oltre a rivelarsi ancora sorprendentemente attuale, lascia trasparire anche l’animo del Vescovo Paolo come uomo innamorato della Parola e instancabile servitore del Vangelo. Lo si deduce in particolare dal suo insistente richiamo al primato della Parola di Dio nella vita del cristiano e della Chiesa. Le pagine, forse più intense della lettera, vertono infatti sull’esigenza, per lui prioritaria, di ascoltare, annunciare, proclamare, predicare e pregare la Parola. Non mancano poi nella lettera diversi suggerimenti e indicazioni a livello pastorale per i presbiteri e le comunità.

Era sempre viva in lui la consapevolezza che ogni celebrazione liturgica, vissuta nel saper coniugare armonicamente sobrietà e solennità, potesse assumere il ruolo di un’autentica “catechesi in atto”, capace pertanto di nutrire la vita spirituale di una comunità. Il suo impegno era volto a far sì che ogni assemblea liturgica si sentisse pienamente coinvolta nel clima celebrativo e che, pertanto, ogni ministero liturgico, ivi compreso quello della musica e del canto, evitasse di assumere le sembianze di un’esibizione di pochi, costringendo la comunità ad un ruolo di passività.

Proprio in questa prospettiva, intuendo l’esigenza di dare una tonalità più solenne alle celebrazioni ma, soprattutto, con l’obiettivo di favorire una partecipazione dell’intera assemblea anche con il canto, promosse la costituzione del Coro Polifonico della Cattedrale, che oggi, anche per un desiderio esplicito del Vescovo Roberto, è a lui intitolato.

La sua attenzione alla dimensione liturgica, lo portava sovente ad un insistente invito, rivolto soprattutto ai presbiteri, perché si prestasse grande attenzione nella preparazione e nella celebrazione dei Sacramenti e, in primo luogo, dell’Eucaristia. Un’attenzione, questa, che viveva lui per primo, nelle Parrocchie come anche nell’intimità della sua Cappella in Episcopio nel celebrare la Liturgia delle Ore e la Santa Messa.

Standogli accanto, mi rendevo conto di come quello fosse uno spazio e un tempo da lui ricercato costantemente e con viva determinazione, in diverse ore della giornata. E dal suo sostare in preghiera, spesso prolungata e silenziosa – ne sono più che mai convinto -, traeva il sostegno e la forza per il suo ministero pastorale.

Lo stile di accoglienza, l’affabilità, la mitezza d’animo trasparivano spesso nel suo modo di relazionarsi agli altri e particolarmente dal suo sorriso; ma si coniugavano anche con la fermezza e il rigore di un uomo che sentiva tutta la responsabilità di Pastore di una comunità. Si potrebbe dire che incarnava quanto San Benedetto nella sua Regola chiede all’Abate: «nel suo magistero, secondo l’opportunità alterni rigore e dolcezza, mostri l’affetto severo del maestro e quello tenero del padre» (cap. 2 della Regola di San Benedetto)…

Questo suo atteggiamento veniva colto in modo immediato soprattutto dai giovani, verso i quali egli nutriva grandi speranze e in cui riponeva tanta fiducia. Sin dall’inizio del suo episcopato, ancor prima che venisse istituito a livello nazionale un Servizio per la Pastorale Giovanile, creò in Diocesi un apposito ufficio con il compito preciso di progettare e coordinare itinerari di catechesi e di formazione per gli adolescenti e i giovani. E, talvolta, era lui stesso a cogliere o, persino, a promuovere iniziative pur di poterli incontrare e stare con loro, in clima di ascolto e di dialogo, senza mai rinunciare a riproporre il suo pressante invito al “quaerere Deum”.

E, in ambito giovanile, riservava particolare attenzione nei confronti di quanti intraprendevano un cammino di discernimento vocazionale verso il ministero sacerdotale e la vita consacrata, sempre pronto ad offrire loro momenti di preghiera comune, di ascolto e di confronto.

Ricordo, ad esempio, l’iniziativa da lui intrapresa di ospitare per alcuni giorni in Episcopio i seminaristi della Diocesi. E grande poi era la sua gioia in occasione delle celebrazioni di Ordinazioni diaconali e presbiterali.

Sento di poter condividere in pieno quanto qualcuno ha scritto di lui due anni or sono, sul quindicinale diocesano, nel numero pubblicato dopo la notizia della sua scomparsa: “conservò da Vescovo quella grande ricchezza maturata da monaco”. In effetti, dalle parole, dalle scelte, dallo stile di vita del Vescovo Paolo traspariva la profondità della sua spiritualità monastica maturata soprattutto nel Monastero di San Pietro di Sorres, di cui, assieme ad un gruppo di monaci, fu fondatore nel 1955, ed in quello di San Giovanni Evangelista a Parma, di cui fu eletto Abate nel 1979.

La sua vita e la sua preghiera era animata da una profonda ed intensa devozione mariana. Era solito ricordare come si sentisse talmente avvolto dalla materna protezione della Vergine che persino le date più significative della sua vita avevano un evidente riferimento mariano: nacque nel mese di maggio, emise la professione solenne il 7 ottobre, presiedette la prima Messa il 15 agosto, ebbe notizia della sua nomina a Vescovo il 25 marzo e fece ingresso in questa Chiesa di Ales – Terralba a fine maggio…

Ma l’espressione più alta e significativa della sua devozione a Maria divenne manifesta soprattutto con la scelta da lui espressamente voluta di  incoronare il simulacro della Madonna, venerata sotto il titolo di Santa Mariaquas, e custodito nel Santuario delle Terme, a Sardara. La celebrazione, che vide la presenza di numerosi fedeli provenienti da ogni parrocchia, ebbe luogo il 22 maggio del 1988, nella solennità di Pentecoste. L’anno successivo poi, prima di partire per Reggio Emilia, a seguito della sua nomina a Vescovo di quella Chiesa, nel salutare questa comunità diocesana, volle lasciare presso il Santuario il suo anello episcopale, quale segno della sua devozione alla Vergine.

E che di una forte devozione mariana fosse impregnata la sua spiritualità ne sono splendida e commovente testimonianza alcune espressioni contenute nel suo testamento: «Prego la Madonna, tante volte da me invocata e fatta conoscere da me negli anni del mio ministero, che nell’ora della morte accorra presso il mio letto come se fosse mia madre se fosse ancora viva. Forse la mia lingua paralizzata non potrà più invocare il suo nome, ma il mio cuore continuerà a ripeterlo. Così morirò sorridente, perché ci sarà Maria, mia Madre. Ne sono certo!”.

Di padre Paolo Gibertini, forse si potrebbero dire o scrivere tante altre cose… Noi, qui, stasera, in clima di preghiera, quasi accogliendo l’invito contenuto nella lettera agli Ebrei («Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio» (13,7)),abbiamo voluto tentare di commemorarne la figura, lasciando emergere alcuni tratti della sua persona e alcune espressioni più nitide del suo ministero.

Soprattutto la certezza che il Vescovo Paolo ha amato questa Chiesa, servendola con l’annuncio della Parola di Dio, non può esimerci ora dal volerne ricordare la figura e dal cercare di “imitarne la fede”.

Stasera, in questa Eucaristia, abbiamo espresso il nostro “grazie” al Signore per averlo donato, anche se per pochi anni, come Vescovo a questa  Chiesa di Ales – Terralba.

E grati anche al Vescovo Paolo, per l’amore con cui ha servito la Chiesa, vogliamo “conservarne il ricordo nella preghiera di suffragio”, e accogliere soprattutto il “suggerimento” da lui indicato, quello, cioè, di “tenere sempre presente il suo motto “Quaerere Deum””.

Credo sia questo il modo più autentico per farne davvero memoria.

 

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